Giovani ieri e oggi: “cos’è cambiato?”

Per il professor Alessandro Rosina «Il nostro Paese deve dimostrare di credere nelle nuove generazioni. E le nuove generazioni che, quando si dà ad esse spazio e fiducia, si ottengono i migliori risultati»

 

La società pre-industriale, che va dall’anno mille fino allo sviluppo e alla crescita della tecnologia, ha influenzato il comportamento dei giovani. Di questo vasto argomento e di molto altro, ne abbiamo parlato con Alessandro Rosina, Ordinario di Demografia nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, del Dipartimento di Scienze Statistiche di cui è direttore da novembre 2015.

 

Professore, spesso si dice e si legge che i giovani di oggi sono orgogliosi, aggressivi e pigri. Ma è vero? Se i dati dicono di sì, cosa ci ha portati a diventare in larga parte così?

Non si è giovani allo stesso modo in tutte le epoche storiche. Le nuove generazioni sono per propria natura diverse dalle quelle precedenti. Gli attuali diciottenni sono i primi a collocare tutta la propria biografia di vita nel XIX secolo e a plasmarla in funzione delle novità, in termini di rischi e opportunità, che porta con sé. Vivono in un mondo più complesso e in rapido mutamento, con punti di riferimento molto meno stabili rispetto al passato, pieno di contraddizioni, sfide da cogliere e insidie nascoste.

Rispetto alle fragilità specifiche, da varie ricerche emerge come i giovani di oggi abbiano meno propensione al sacrificio, minor capacità di concentrazione e maggior rischio di demotivazione rispetto alla generazione dei propri genitori e dei propri nonni. Ma quando sono inseriti nei contesti giusti, con gli stimoli adeguati, con obiettivi concreti e ingaggianti, sanno mettere più entusiasmo e impegno, raggiungendo risultati al di là delle aspettative.

Quanto e come è cambiata la condizione giovanile con lo sviluppo tecnologico?

Alcune caratteristiche specifiche delle nuove generazioni sono strettamente in relazione con l’uso e lo sviluppo delle nuove tecnologie. Ad esempio vengono privilegiate le relazioni orizzontali (meno apprezzate sono le gerarchie), la condivisione delle informazioni, la partecipazione dal basso a progetti comuni. Il linguaggio usato tende ad essere più diretto e schietto. Il rischio è anche quello di poter avere accesso a molti dati ma di perdersi o farne un uso superficiale se non ci si dà un metodo e se non si hanno adeguati strumenti per orientarsi.

A cambiare sono stati anche i modelli familiari?

Il modo di fare ed essere famiglia ha subito profonde trasformazioni nel corso del secondo dopoguerra. Le strutture familiari sono diventate più fragili e complesse. I tassi di instabilità coniugale, rimasti a lungo molto sotto i livelli degli altri paesi occidentali, hanno recentemente visto una forte crescita anche nel nostro Paese. É oggi molto più comune per un adolescente italiano sperimentare la separazione dei genitori e trovarsi, conseguentemente, a vivere in una famiglia mono genitore o ricostituita in cui sono presenti figli da unioni precedenti. Alcuni di questi cambiamenti rischiano di aumentare disorientamento e fragilità se non affrontati mettendo l’interesse dei figli al centro dell’azione dei genitori e delle politiche sociali. Quello che conta, al di là dei modelli che cambiano, è soprattutto la qualità della relazione tra genitori e figli, che da sempre sta al centro del benessere familiare e dello sviluppo umano.

Un tempo la scuola – non accessibile a tutti – era percepita come occasione di arricchimento e crescita. Oggi pare che la larga possibilità di istruzione coincida con il declino dell’istituzione. È così? Come si recupera questa perdita di valore?

La scuola italiana continua a godere di un buon giudizio da parte dei giovani, a differenza di altre istituzioni (come la politica, i sindacati, le banche, i mass media, ecc.). É però vero che sono vari i limiti di cui soffre. Fa sempre più fatica ad essere strumento di promozione sociale e a ridurre le diseguaglianze di partenza. É molto più alto da noi che nel resto d’Europa il rischio di fermarsi ad un titolo basso per chi proviene da famiglie con minori risorse socio-economiche. Inoltre, in Italia. il rendimento del titolo di studio è più basso rispetto alle economie più avanzate: solo dopo i 30 anni le differenze dei laureati con chi ha titolo più basso (in termini di occupazione e retribuzioni) diventano rilevanti. In ogni caso nei giovani stessi è sempre più riconosciuto che il titolo di studio di per sé è condizione necessaria ma sempre meno sufficiente per una buona carriera. Bisogna metterci del proprio in più, in termini di impegno e intraprendenza. Per il recupero, più in generale, di valore della Scuola servirebbe una combinazione di risorse adeguate e cambiamento culturale sul valore dell’istruzione stessa e della conoscenza. In un paese che invecchia il rischio è invece che risorse e attenzione vengano destinate altrove.

Dal suo osservatorio è alto il rischio per noi giovani italiani di perderci o possiamo ancora sperare nel futuro?

Quello della “generazione perduta” non è un destino ineluttabile, è però un rischio con danni non solo per i giovani stessi ma per le possibilità di sviluppo di tutto il Paese. I giovani italiani sono però i primi a volerlo evitare: hanno voglia di scommettere su se stessi e di esercitare un protagonismo positivo, anche se, come abbiamo detto, fanno presto a demotivarsi e a perdersi se non stimolati e incoraggiarti ad essere intraprendenti.

Manca un sistema paese che si renda sistemicamente terreno fertile per consentire alle nuove generazioni di dare i propri migliori frutti. I dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo evidenziano come nei progetti e negli obiettivi di vita i giovani italiani non siano da meno rispetto ai coetanei europei, anzi. Solo che poi si trovano progressivamente, nel corso del passaggio alla vita adulta, a rivedere al ribasso ambizioni e aspettative, sia in termini di tipo di lavoro, che di remunerazione, che di tempi di formazione di una propria famiglia e numero di figli. In questo modo tutto si avvita verso il basso, con bassa crescita, accentuato invecchiamento della popolazione, deprezzamento del capitale umano e incentivo a cercare opportunità altrove.

Questo Paese deve dimostrare di credere nelle nuove generazioni. E alle nuove generazioni il compito di dimostrare che quando si dà ad esse spazio e fiducia si ottengono i migliori risultati.

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