BULLISMO: PIAGA DILAGANTE NEL MONDO DEI GIOVANI

Giornali, radio, Tv, raccontano con sempre maggiore frequenza di ragazzi che smettono di combattere contro quelli che sentono come nemici, giovani vite stroncate a causa del bullismo.
Per comprendere meglio questo fenomeno, abbiamo intervistato Maria Grazia Contini, famosa pedagogista italiana presso l’Università di Bologna.

Chi è il bullo?
Il bullo è un soggetto violento che, da solo, o con altri, ridicolizza, calunnia e offende, con le parole e/o con comportamenti aggressivi qualcuno/a, ritenuto/a più debole per motivi vari (aspetto fisico, colore della pelle, genere, orientamento sessuale, disabilità…) a lungo e ripetutamente.

Perché si comporta così?
Chi è violento esibisce sicurezza e spavalderia, ma non è mai un soggetto forte e sicuro di sé: è problematico, incapace di provare empatia per gli altri e, generalmente, è cresciuto in un contesto familiare poco attento alle regole, da un lato, e poco capace di cura educativa.

Qual è il ruolo della scuola nel contrasto del fenomeno?
A scuola bisogna parlare di bullismo, non nel senso che gli insegnanti fanno una “predica” sulla negatività del bullismo, ma piuttosto, rendendo attivi gli alunni, facendoli discutere insieme dopo la visione di un film o documentario sull’argomento, facendo intervenire qualche esperto che espliciti la fragilità dei bulli e la forza che deriva loro dai “bullizzati” che li temono, non li denunciano, soffrono in silenzio. I bulli vanno smascherati!

Quanto ha influito la tecnologia sulla sua diffusione del fenomeno?
La possibilità di perseguitare qualcuno attraverso le tecnologie, in genere attraverso WA, ogni giorno, in ogni momento del giorno e della notte – senza nemmeno metterci la faccia – ha contribuito alla diffusione di un fenomeno che si è sempre verificato, anche in passato, ma che ora si impone in termini più persecutori e i motivi sono tanti: dal clima violento che connota la nostra società e che viene introiettato (soprattutto da chi non è stato educato a valori e sentimenti morali), allo “sdoganamento” di forme di comunicazione volgari e offensive, in particolare attraverso la “rete”, all’attenzione ossessiva per il proprio aspetto fisico, tipico nell’età preadolescente e adolescente che rende certi soggetti più vulnerabili, all’individualismo egocentrico che impedisce di provare “compassione”.

Qual è l’età più a rischio e quali sono gli ambienti dove attecchisce di più?
Preadolescenza e adolescenza sono le età più a rischio perché è il momento in cui si attribuisce la massima importanza al giudizio dei coetanei e in cui si desidera di più avere amici che vogliono bene, di cui ci si può fidare, a cui raccontare i propri segreti. E infatti, quando il bullo o la bulla fanno parte del gruppo che si riteneva amico, la delusione e la frustrazione sono ancora più dolorose e gli insulti vengono recepiti come “verità” sui propri difetti, mancanze, insufficienze, con conseguenze spesso gravi: il soggetto colpito si vergogna, si sente in colpa, si autopunisce facendosi del male, arrivando, in alcuni casi estremi, al tentativo o alla realizzazione del suicidio.

Sono in vigore leggi in difesa delle vittime? Se sì, quali?
Sì, nel 2017 è entrata in vigore una legge a tutela di chi subisce atti di bullismo e in particolare, quando si tratta di cyberbullismo ci si può rivolgere alla Polizia postale e denunciare. Ma il problema serio è che, chi è vittima di bullismo, nella maggioranza dei casi non dice nulla neppure ai genitori e agli insegnanti: si sentirebbe ancora più debole, inadeguato e “degno” delle ingiurie che riceve. Per questo, a scuola non si deve attendere che emerga un caso di bullismo per “lavorare” con i ragazzi su questo problema; bisogna farlo comunque, educando al rispetto delle diversità e alla capacità di rapportarsi agli altri – tutti gli altri, non uno di meno – in modo solidale ed empatico.

Come i genitori possono accorgersi se i propri figli sono in pericolo prima che sia troppo tardi?
I genitori possono accorgersi che un loro figlio o figlia è vittima di bullismo se fino a quel momento si sono interessati alle sue emozioni e ai suoi sentimenti; se hanno dedicato tempi distesi a un dialogo con lui o con lei da quando era piccolo/a; se se ne sono presi cura esprimendo accoglienza e amore nei suoi confronti (accogliendo anche le sue debolezze), se sono stati capaci di contenerlo/a con regole che l’abbiano rassicurato/a in merito alla loro “esserci” in termini di responsabilità. Se invece i genitori si preoccupano soltanto nel momento in cui si accorgono che qualcosa non va, è molto improbabile che riescano a ricevere confidenze e richieste di aiuto da parte dei loro figli o che riescano a rendere accettabile il loro aiuto tardivo. La conseguenza più probabile sarà la loro ansia-apprensione che non comunicherà con l’angoscia e la solitudine dei loro ragazzi.

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